A sfogliare L’Ère du Clash di Christian Salmon (Fake, per Laterza) c’è il rischio di imbattersi in considerazioni come questa: Eric Schmidt, consulente di Alphabet (già suo presidente esecutivo) dichiarava nel 2013 che: «forse i numeri che fanno più riflettere sono questi: ci vorrebbe una capacità di memoria di 5 exabyte (ovvero 5 miliardi di miliardi di byte) per registrare tutte le parole pronunciate dagli esseri umani dalle origini al 2003. Nel 2011 sono stati generati 5 exabyte di contenuti ogni due giorni. Oggi si stima che questa quantità di informazioni venga prodotta ogni due o tre ore».

Una capacità di memoria insopportabile, persino sconveniente, visti i costi sociali e di gestione.

Tra eserciti di vlogger, publisher, influencer, addicted e heavy user dei social funzionali o di cittadinanza, i contenuti prodotti sono davvero un’enormità e talvolta sono incontrollabili perché non sono finalizzati.

Se poi aggiungete i fenomeni delle influencer fraud, dei data breaches e delle fake news non vi resta che alzare le mani in segno di resa di fronte ad un universo dopato, il cui fervore rende tutti inconsapevolmente vulnerabili. La bulimia informativa è uno dei disturbi del comportamento che può portare stress psicologico, scarsa autostima, ansia, autolesionismo.

Involuzione o abolizione della specie?

Elaborazione, direi. Elaborazione della specie.

Non resta che elaborare, distinguere, riconoscere e – come sostengo da anni – prendere posizione in questo mare di exabyte nel quale siamo immersi per la vita sociale o professionale.

Non è il semplice storytelling o l’esperienza dello storydoing e non saranno nemmeno le fughe decrescite in qualche atollo felice a metterci al riparo da noi stessi e dalla nostra bulimia informativa, ormai connaturale nei sapiens sapiens.

Una buona presa d’atto serena e compassionevole per l’assunzione a ruolo di narratore – non più comparsa ma protagonista antagonista – lontano da voglie di servitù, è un atteggiamento ontogenico positivo.

È sufficiente?

Ci si prova.

D’altronde non è il metabolismo accelerato da vlogger che porta a saccheggiare la vita ma una incapacità generale di collocare cose, persone, idee, in un ordine di importanza codificato.

Oggi viviamo in un tempo dove si compete narrativamente e saper mettere le cose in ordine con onestà è il vero punto di partenza.

Si racconta per posizionare un prodotto o un servizio, per dare significato commerciale a una marca, per ottimizzare un’identità digitale, per coinvolgere su un progetto.

Si racconta per collocare in un mercato elettorale un politico, per orientare un’economia, per fare un attacco militare.

Sopravvive chi riesce a far fronte alle cosiddette story-wars e a convivere con le arene narrative dei mercati e degli scenari mediatici.

Battaglie narrative dove lo scontro non è più soltanto sulla qualità, la velocità, la relazione, i social media, ma anche e soprattutto sulla narrazione che si fa del proprio mondo: di marca, prodotto, vita.

Una narrazione la cui regola principale è l’onestà.

Le story wars si presidiano costruendo ambenti favorevoli all’ascolto o potenzialmente interessati alle nostre narrazioni, nei quali siamo tutti ugualmente ingaggiabili, potenziali influencer.

In questi ambienti l’ascolto può generare una presa di posizione e l’elaborazione della specie può avere un reale successo.

Per tutti, nessuno escluso.

 

PS: non occorre una memoria di 5 exabyte. Occorre selezionare le poche cose che servono all’interno di un racconto semplice, veritiero, efficace.

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