Che incredibile fraintendimento!

Pensare che gli artisti fermi in questi mesi – gli unici, nei fatti, ad essere stati praticamente sempre inattivi in una incomprensibile coazione sanitaria – siano una categoria da aiutare, sostenere, riattivare con iniezioni di contanti e simpatia, è una manifesta e arrogante ignoranza.

C’è bisogno d’altro.

Non teneteli chiusi questi mondi di umanità.

Avete mai passeggiato nei ristretti, nei retropalchi di un teatro subito dopo uno spettacolo? Siete mai entrati in un Golfo Mistico appena concluso un concerto? Vi è mai capitato di guardare negli occhi un artista, un ballerino, un attore, dopo una performance particolarmente sudata?

Avete mai goduto dello sguardo del regista dopo una sua Prima? I vostri piedi hanno mai solcato una cavea o preso posto in un palchetto e dall’alto cogliere attimi di intima amicizia tra libellule soddisfatte e beate del loro successo?

Non teneteli chiusi questi scrigni di emozioni.

Pensarli lavoratori o – peggio – operatori dell’intrattenimento divertito o scanzonato è blasfemo, è non aver compreso, è essersi distratti come in lungo sbadiglio.

Di che sono fatte queste donne? Di cosa sono composti questi uomini?

Cos’è quella luce demonica che taglia l’anima quando viene colta? Se sorpresi a sipario appena chiuso, un cocktail di adrenalina o epinefrina con altre orgasmiche libagioni vi vengono incontro e vi assalgono, ubriacandovi. Provare per credere. Con le vene ancora turgide, tersi di sudore, con il sistema nervoso simpatico in delirio, stentano a guardarvi perché appena usciti da una liturgia strana. E ne sono sopravvissuti ancora una volta.

Sembrano usciti da una lotta contro i demoni più atroci, non senza amputazioni.

Non teneteli chiusi questi luoghi di culto.

Quando guardo Enzo subito dopo uno spettacolo, con abiti di scena, trucco e parrucco, vedo un mondo a parte, trascendente, un sacerdote al termine di un sito sacro, esausto e radioso, delicato e quasi imbarazzato, fiero e felice. La sua pelle ha l’odore della lotta.
Enzo che trasmette passioni fuori dai consueti modelli sociali, che traduce un riscatto goduto da tutti noi, da una realtà brutale da esorcizzare.

M. Lotman in ‘Semiotica della scena’ afferma che “Ci sono, nella scena teatrale, aspetti così vari e complessi che essa può essere definita senza dubbio enciclopedia della semiotica”.

Vero. Arde, cresce, esplode, ti mette al centro, ti spoglia nudo, ti riveste proteggendoti, ti accarezza, ti sferra un pugno, ti coglie in un’erezione, ti abbandona al pianto, ti chiede una preghiera, ti lascia abbandonato, ti rimprovera, ti esalta.

Non teneteli chiusi questi spazi di totalità.

Puoi fare teatro o danza per compiacere, come esperienza di tendenza o divertimento (e sarebbe già tanto), oppure come laboratorio o – meglio ancora – come epifania.

Si dimostra al pubblico ciò che non si può fare con un libro. Si dimostra al pubblico che il viaggio ascensionale è possibile, che la rivoluzione è a portata di mano. Si dimostra a tutti noi che siamo fatti poco meno degli angeli.

Ho conosciuto Judith Malina tanti anni fa. Ho imparato tanto da lei e dal suo nomadismo comunitario, da Eugenio Barba, persino da Emil’evič Mejerchol’d (anche se soltanto dai suoi libri), per il suo rapporto tra teatro e rivoluzione.

Ho goduto di immense pagine di René Girard che definì Shakespeare come perfetto laboratorio dove osservare le sue categorie, il suo desiderio mimetico, contemplando la drammaturgia come spazio infinito del conflitto mimetico inconfessabile.

Ho crivellato il mio pensiero con Tadeusz Kantor e il suo teatro della morte, a tratti dadaista con incauti happening e i manifesti del ‘teatro zero’. Mi sono innamorato di Jacques Lecoq, grande maestro di teatro e grande suggeritore del trio Parenti-Fo-Durano, che dirà “mimare è essere tutt’uno con” e quindi aiuta a comprendere, a cogliere l’autenticità.

Ho riso. Ho goduto. Ho pianto.

Non teneteli chiusi questi laboratori culturali.

“Nel Teatro della Crudeltà Antonin Artaud elabora una sorta di linguaggio iniziatico – dice ​Ludovica Delfino in un bell’articolo – in cui la parola deve farsi corpo, deve sentirsi materialmente. Le parole da una parte sembrano spogliarsi di significato e di logica, dall’altro aggiungono senso, un nuovo senso potente, magico, crudele e trasformante”.

Non ricordate Artaud? Eccolo qui, sempre e a proposito:

“Giochiamo la nostra vita nello spettacolo che si svolge sulla scena. Se non avessimo ben chiara e profonda coscienza che una parte della nostra vita profonda vi è impegnata, non riterremmo necessario proseguire la nostra esperienza. Lo spettatore che viene da noi sa di venire a sottoporsi a un’operazione vera, dove sono in gioco non solo il suo spirito ma i suoi sensi e la sua carne. Andrà ormai a teatro come va dal chirurgo o dal dentista. Con lo stesso stato d’animo, pensando evidentemente di non morire per questo, ma che è una cosa grave e che non ne uscirà integro.
Se non fossimo persuasi di colpirlo il più gravemente possibile, ci considereremmo impari al nostro impegno più assoluto. Egli deve essere convinto che siamo capaci di farlo gridare.”

Non teneteli chiusi questi spazi di espiazione.

Persino Arlecchino è mago potente, stregone, incantatore, bravo conoscitore del chiaroscuro dell’anima, del diavolo, del cielo, equilibrista, funambolo, infingardo.

Ci servono per ritrovarci, per contemplare la nostra ricchezza immateriale, i codici narrativi e pneumatici della nostra vita altra, della nostra anima. Ri-Aprite i teatri perché vi si conservano le grullerie, le matterie, le vite altre (sante o incestuose), i cromosomi comunitari, i maquis di oggi raccontati con disincanto, la tenuta democratica.

I teatri sono il nostro ravvedimento operoso contro l’abiezione, contro la malinconia, contro la damnatio memorie, contro gli istinti imitativi, contro la voglia di servitù.

Non teneteli chiusi questi spazi di libertà.

Non fatelo per loro. Fatelo per tutti noi.

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