L’ultima volta che ho parlato con Philippe Daverio è stata in occasione di un’intervista per la Centrale dell’Acqua di Milano ad aprile 2020. Forse la sua ultima uscita pubblica.

A differenza di altre volte, il professore mi era parso visionario sul futuro nostro e sulla pandemia. Ricordava altre catastrofi sanitarie dalle quali eravamo usciti più maturi, ottimisti, forse più sardanapaleschi di prima ma certamente più preparati a convivere con le differenze altrui.

Per questa pandemia mi era parso di buon auspicio un suo affondo: “pronti a far fiorire Bauhaus e dadaismo e meno lagne”.

Meno orologi a cucù e più innovazione culturale (giusto per rimproverare a Orson Welles quello spregiudicato affondo sulla Svizzera… in fondo il Dadaismo è nato proprio lì!).

E ben venga anche stravaganza, umorismo, voglia di leggerezza, spasmo per le risate e non per patologie addominali da malnutrizione.

Poco prima dell’intervista avevamo condiviso – io e Daverio – persino la necessità di irridere la sorte senza cedere alle lusinghe dei miscredenti o a quelle dei cinici picareschi.

Insomma, “uno shock necessario”, “canagliesco”, che ricorre ogni tanto per ricordarci quanto siamo vulnerabili, friabili, blesi.

“Importante è rialzarsi”: una convinzione da prima peluria dell’umanità che i nostri consimili avranno certamente ribadito l’un l’altro dopo ogni puntuale scorribanda di virus e batteri

Giusto per ricordarne alcune, tra le più disastrose: la febbre tifoide del Peloponneso, la peste antonina, il morbo di Giustiniano, la peste nera, il tifo, il colera, le ultime pandemie influenzali (dalla spagnola a quella suina). Con la spagnola hanno dovuto fare i conti circa 500 milioni di persone (con 50 milioni di morti) e tra queste: Schiele Egon, Gustav Klimt, Guillaume Apollinaire, due dei tre pastorelli di Fatima, Edvard Munch, Max Weber, Thomas Woodrow Wilson, Ernest Hemingway, John Dos Passos, Franklin Delano Roosevelt, Walt Disney, Frank Kafka, Alfonso XIII di Spagna, D.H. Lawrence, Sigmund Freud, Gustav Landauer, Martin Buber, Ezra Pound.

“Ne siamo sempre usciti con forza e nuove formule creative” – ribadiva.

Vero, caro Philippe. Però, a differenza di prima (o semplicemente ieri), in questo infinito dormiveglia, stiamo vivendo un’era della delusione, della precarietà, dove la socialità spontanea non resiste ai colpi inferti dal pessimismo ad oltranza.

C’è una ‘ideologia del tradito’ che porta all’insicurezza identitaria, al crollo del benessere autopercepito, con il risultato di vivere accanto a low trusters inebetiti che non fanno più distinzione alcuna tra bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Loro, il bicchiere, semplicemente non lo trovano più.

O no?

Il vero virus è questo pessimismo che porta la nostra socialità a dissanguarsi a vista d’occhio.

Che ci si intrattenga in prima persona plurale o singolare poco importa: il pessimismo conduce alla recessione democratica e la sua metrica narratologica ci spinge a diventare cortigiani senza più memoria e senza più riconoscere gli elementi compositivi della nostra famiglia umana.

Viviamo meglio di prima, siamo di prosperosi di ieri, abbiamo più cinture sanitarie e sociali di un tempo ma ciò non è sufficiente, anzi. La cultura dell’incertezza genera una percezione da istinto distruttivo che porta all’anomia e, dunque, all’autofagia.

In pratica, rischiamo di morire di paura (autopercepita) che non di virus.

Ma è possibile? Sì, ed è spiegabile facilmente con il ricorso ai bias cognitivi, o con quello che Zimbardo definisce come effetto Lucifero, l’esperimento di psicologia sociale che ha dimostrato il livello infimo che possiamo raggiungere se diventiamo passivi e sconnessi dalla realtà.

Per essere ottimisti bisognerebbe esercitare l’arte della prestidigitazione in qualche formula, anche inconsueta: manipolazione, cartomanzia, magia, ipnosi, manipolazione, mentalismo, persino fachirismo. Persino l’arte del pick pocketing, che si traduce in capacità di sviare l’attenzione del pubblico.

Wikipedia ricorda che “La misdirection (direzione dell’attenzione) è una sorta di sottofondo costante di ogni buon gioco di prestigio. Essa consiste nella capacità del prestigiatore di attirare l’attenzione del pubblico solo sulle parti del gioco o della scena che egli ritiene opportune, permettendo così di sviare l’attenzione da movimenti e mosse che non devono essere viste e ricordate. In questo modo il pubblico avrà l’impressione di azioni pienamente legittime laddove in realtà sono stati realizzati dei ‘trucchi’”.

Ma qui di trucchi non ce ne sono e la realtà è meno magica del previsto.

Vero, prof. Daverio?

Nei continui rapporti incestuosi con parassiti obbligati, la nostra specie ha sempre avuto il fiato corto, talvolta rischiando grosso e avvicinandosi all’estinzione. Genetica caparbia, istinto di  sopravvivenza, igiene e profilassi, hanno avuto la meglio, allontanandoci dall’abolizione della specie.

“Vero. Ma ricordati che non avremmo avuto la Passione di Masaccio senza quella catastrofe. Non è un discorso consolatorio ma ci permette di riflettere… Ne verremo fuori con un’energia rinata. Ci verrà voglia di vivere”.

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